domenica 6 novembre 2011

La dinamica del karma

di Giovanni Bortoli


La dinamica del karma
 
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Come è di moda questo termine in Occidente! E come si usa a sproposito! Il karma è sinonimo di destino, di punizione, di prova; mentre, in effetti, il karma è attività: è né più né meno che un effetto, parte di quella catena di cause, tanto cara ai deterministi, che muove la vita degli esseri.
Karma quindi è tutto: non è solo l’evento eccezionale che muta inaspettatamente e involontariamente la vita. Karma è il mal di pancia del goloso, è la muscolatura dell'atleta allenato, è il biondo dei capelli che la signora si è decolorati, è il germogli

Il karma non è destino, se con ciò s'intende qualcosa che accade senza spiegazione e senza volizione; non è punizione perché, in sé, non è né buono né cattivo, ma della stessa natura della causa di cui è effetto. A conferma di ciò cito l'affermazione dei naturalisti secondo cui la vita della natura è incomprensibile se non si ammette il principio di causalità, cioè se non si postula che mantenendo, modificando, sopprimendo la causa, si modifica, si mantiene, si sopprime l'effetto.
Il karma non è prova; semmai è insegnamento, perché completa l'esperienza promossa, e, dall'esperienza, si impara.



 l karma e la coscienza


Quel « così via» sta per mondo del sentire, per coscienza dell'uomo, vero bersaglio e fonte del karma, perché è qui che si ripercuotono, si incidono le esperienze, è da qui, dalla sua eventuale carenza o ricchezza, che l'uomo indirizza se stesso verso certe esperienze od altre.
Il karma, quindi, è solo una situazione esteriore nella misura in cui essa serve a produrre quel fermento interiore che dona comprensione e, quindi, coscienza. E’ logico che sia così. Ogni attività non è mai solo di un mondo: per esempio l'azione fisica è preceduta, accompagnata, seguita da sensazioni e pensieri, ed è promossa o permessa dal sentire, dalla coscienza dell'uomo, perciò l'effetto deve essere globale, andando poi a colpire il fulcro dell'individuo, quello da cui ha origine il modo di essere, il vero responsabile dell'attività individuale.
Tutto avviene in modo molto semplice nella dinamica, anche se, nel dettaglio, il karma è stato assimilato ad una corda formata da moltissimi fili. Supponiamo che Tizio sia avaro. Intanto, lo è perché la sua coscienza non è costituita a tal punto da impedirgli di esserlo .Dico così perchè le ragioni dell'avarizia possono essere molte: per esempio bisogno di accumulare per ricercare la sicurezza, mancanza di generosità nei confronti degli altri, e via e via.
Comunque tutte le ragioni si annullano in un anelito di altruismo: infatti, il fine è questo, che l'insieme delle esperienze, dei karma, insegnano.
Il nostro avaro penserà da avaro, desidererà da avaro, agirà da avaro, cioè alimenterà una catena di cause in cui ogni genere di attività umana è improntata all'avarizia: attività fisica, di sensazione, di pensiero.
L'effetto delle sue attività non poteva che ripercuotersi a livello fisico, astrale e mentale. In che modo si ripercuoterà? Qui, per rispondere, si deve conoscere la ragione dell'avarizia, al di là della mancanza di altruismo.
Supponiamo che sia non voler dare agli altri, desiderare di accumulare per essere più degli altri. Le cause mosse lo porteranno, come effetto, in situazioni da cui capirà che non serve avere un desiderio smodato di beni e di ricchezze.
Tale comprensione scaturirà, per esempio, dal vivere in una successiva vita una situazione in cui egli vivrà l'avarizia di un suo simile e ne sarà la vittima.
A quel punto egli ha imparato a non essere avaro ma non ha superato il desiderio di essere più degli altri.
Di conseguenza avrà un'altra vita in cui, per esempio, crederà di raggiungere la considerazione e la valutazione altrui essendo prodigo.
E così via. Ecco la catena deterministica delle cause di cui quello che si chiama karma fa parte. Ma tutto è karma.
Molti credono che il karma si provochi facendo una scelta errata, consci però di errare, e che solo allora si muova la causa che richiamerà l'effetto doloroso.
Una tale visione sarebbe giusta se il dolore fosse punizione, ma così non è: il fine del karma è di dare quella coscienza la cui mancanza fa essere l’individuo in modo non armonico alla realtà di unione del Tutto.
Siccome la mancanza c'è tanto che uno ne sia consapevole quanto che non lo sia anzi, semmai chi non ne è consapevole è ancora più carente - è chiaro che non ha nessuna importanza, agli effetti del karma, che lo si sia chiamato consapevolmente o meno.
Gli aspetti principali della legge di causa-effetto si possono riassumere come segue:
1. Ogni attività promossa o indotta o liberamente avviata reca con sé un effetto.
2. Tale principio vale per il mondo fisico, per quello delle sensazioni, per quello del pensiero; insomma per ogni mondo e per ogni categoria di fenomeni.
3. L'effetto è della stessa natura della causa ed è strettamente legato ad essa.
4. Si creano cause tanto volontariamente quanto involontariamente, perché l'accadere dell'effetto non è subordinato alla consapevole consumazione della causa.
5. L'effetto ricade su chi ha mosso la causa.
6. L'effetto ricade col fìne di dare coscienza al soggetto che lo promosse.
7. L'effetto ricade quando il soggetto è pronto a comprendere, cioè quando il soggetto, dall'effetto, trova la coscienza che gli mancava.

 

La catena e il riscatto

 

La catena di cause e di effetti che muovono e promuovono la vita degli individui si incrociano ed hanno continue ricorrenti connessioni.
Non può essere diversamente: se tutto è Uno deve esistere una stretta dipendenza fra i soggetti.
Come prima ho detto, non c'è una sola particella elementare che sia assolutamente isolata. Qualunque cosa ha un rapporto di dipendenza con qualcos’altro. Se esistesse, per assurda ipotesi, qualcosa che fosse assolutamente indipendente, sarebbe fuori della realtà.
Perciò nessuno può essere fuori dalla catena di cause e di effetti, di dipendenze, che lega tutto quanto esiste. E se si dice che tutto è karma, lo si dice perché appunto karma è la catena di cause e di effetti che lega il Tutto. Nessuno può sottrarsi al karma.
Certo, c'è karma e karma, ma soprattutto c'è la possibilità di compiere quei salti di qualità nella catena di cause e di effetti di cui prima parlavo. Compiere salti di qualità costituisce la libertà, l'autonomia dell'individuo.
Ora, siccome la libertà è la possibilità di agire in modo contrario a quello a cui condurrebbe una catena di cause e di effetti; e siccome è la coscienza costituita che dà all'individuo la facoltà di sottrarsi agli impulsi dei suoi veicoli inferiori (egoismo, passioni e via dicendo) e conseguentemente agli stimoli ambientali; e siccome la coscienza si costituisce quanto più si evolve e viceversa; è chiaro che la libertà è proporzionale all'evoluzione.
Ma badate bene: l'evoluto non è fuori da ogni catena di cause e di effetti perché sarebbe fuori dalla Realtà.
Egli compie salti di qualità; cioè per la sua coscienza sente in modo che gli consente di non essere trascinato inesorabilmente dalla necessità; che gli permette di vivere in modo sereno ciò che, per altri, è fonte di angoscia; che non gli fa creare ombre torturatrici e che non gli fa muovere cause che portano effetti dolorosi.
Tuttavia questo non significa che l'evoluto non senta, per esempio, la stanchezza quale effetto di una causa da lui promossa. Quella stanchezza la vivrà in modo diverso dall'inevoluto, non ne sarà condizionato, saprà come smaltirla brevemente, ma non potrà non avvertirla.
Il karma - o quello che si intende con questa parola - cioè una condizione limitante simile per più persone, è vissuto in modo diverso anche se presenta la stessa impostazione.
Una cecità, per esempio, può essere vissuta serenamente o angosciosamente. In modo analogo, fra più persone fare una stessa cosa può dar luogo a karma diversi. Ed è logico che sia così: infatti il vero bersaglio e la vera fonte del karma, come ho detto, è la coscienza individuale; quindi è il sentire, l'intenzione, che pilota tutta l'attività dell'individuo, ed è quello che deve essere corretto e che quindi è oggetto dell'effetto correttore.
Se la natura, il contenuto dell'effetto, fossero analoghi solo a quella che è stata la manifestazione esteriore dell'individuo agente, l'effetto non farebbe quasi mai centro perché quante azioni nascondono intenzioni opposte a quelle che possono trasparire! Una condotta altruistica che nasconda un fine egoistico non può recare un effetto eguale a quella condotta per intenzione.
Infatti l'effetto non è un premio o un castigo, è qualcosa che tende a correggere all'origine la natura di chi muove le cause, cioè dell'essere, e quindi a mutare l'intenzione. Pensate un po', per giungere a ciò, di quanti fattori deve tener conto il karma! Eppure tutto si attua mirabilmente.
Non c'è nessuno che tiene registri di dare e di avere ma, per il principio di causa-effetto, la concatenazione in qualche modo intuita dai deterministi è garanzia che niente cade a vuoto, che tutto si tramanda, che tutto ritorna come immagine riflessa di se stessi, perché si prenda cognizione delle proprie deficienze, e si colmino. La concezione della Realtà in cui niente avviene casualmente ed ognuno ha ciò che gli spetta per esserselo procurato, toglie ogni frustrazione che deriva dal sentirsi perseguitati, sfortunati, oggetto di ingiustizia.
Quanto ognuno patisce corrisponde ad una misura di giustizia che non lascia margini a privilegi ed errori, dove la sofferenza è solo un momento transitorio in cambio di una perenne acquisizione.
La possibilità dell'uomo di sottrarsi a influenze e impulsi, allorquando è capace di compiere un salto di qualità, gli conferisce quella autonomia che lo riscatta dalla rigida tutela a cui sono sottoposti gli esseri con una coscienza elementare.
Guardandosi attorno si può verificare tutto ciò e crederlo senza dover compiere atti di fede, senza forzature, con il solo strumento del raziocinio.

 

Aggiungo il Gran Buon contributo di Omega alla discussione:

Estratto dal libro: "Vivi l’attimo e vedi e riconosci te stesso"

"L’attimo è un elemento della giornata. Ogni attimo fa affiorare in noi molteplici sensazioni e pensieri, che ad un’attenta osservazione sono come immagini: ricordi di eventi ed esperienze oppure anche immagini dal mondo delle nostre idee. Ciò che l’attimo irradia ad ogni uomo corrisponde a quanto egli oggi deve riconoscere e sistemare. Ognuno di noi ha un diverso stato di coscienza e in modo corrispondente ad esso il giorno gli viene incontro, con sensazioni e pensieri che, in base alla sua coscienza egli può riconoscere e comprendere. Ognuno di noi può comprendere il linguaggio degli attimi, cioè le componenti della giornata: i secondi, i minuti e le ore, poiché questi sono le riproduzioni delle sue produzioni. Le componenti della giornata si rivolgono ad ogni individuo in modo diverso, a seconda delle sue produzioni. Il computer stesso ripresenta all’uomo tutto ciò ch’egli ha immesso in questa reincarnazione e in quelle precedenti, e che non ha ancora sistemato. Sono tutte le nostre mancanze nei confronti della legge eterna: le nostre sensazioni, pensieri e parole negative, il nostro comportamento negativo, le nostre passioni, i nostri istinti, o i nostri desideri umani eccessivi. Potrebbero anche essere i legami col nostro prossimo, al quale per esempio abbiamo tolto la libertà, imponendogli le nostre opinioni.

Tutto ciò che l’ anima e l’uomo non hanno sistemato viene portato alla luce dal computer causale sotto forma di effetto; il computer quindi parla ad ognuno di noi nella nostra lingua. Ognuno di noi può sentire le sue memorizzazioni nella propria lingua e vedere in immagini ciò che ha emesso, poiché si tratta delle sue stesse produzioni. Noi però le possiamo percepire solamente vivendo nell’attimo, anzi, vivendo l’attimo stesso. Molti uomini tuttavia non colgono gli attimi della giornata e quindi non riconoscono nemmeno il linguaggio delle loro stesse produzioni; si lasciano spingere da forze che non corrispondono alla loro forza vitale. Per questo motivo essi vengono ”manovrati”, lasciandosi usare da diverse energie e forze, da anime e campi di energia."

 

Le nostre forme pensiero



 
"Se non viviamo all'erta e coscienti nella giornata e in tutto ciò che ci capita, bensì fuori dal presente - cioè nel passato o nel futuro - sprechiamo la nostra vita e perdiamo sempre più energia fisica. Scorre a noi solo quel certo quantitativo di forza divina che occorre per mantenere in vita il corpo. Il resto, cioè tutte le altre energie, le prendiamo o dai nostri simili, legandoli a noi come schiavi, rendendoli succubi e portandoli a fare la nostra volontà, o le prendiamo da vizi vari, come eccesso di cibo, il bere o una sessualità esagerata. Queste energie supplementari, tuttavia, non sono pure, ma sono energie trasformate ad un livello inferiore e compensano solo in apparenza la mancanza di energia. Ogni vizio denota una carenza dell' anima. Siccome l' anima e l'uomo hanno troppo poca energia vitale, se la procurano tramite questi vizi. Quando c'è una tale mancanza di energia, sia l' anima che l'uomo ristagnano nel loro sviluppo spirituale. In molti casi, poi, l' anima si ribella, per dimostrare all'uomo che deve rimuovere la carenza che lo ha condotto agli eccessi ed ai vizi. Gli elementi della giornata, gli attimi, aiutano in questo senso. Chi non osserva le molte indicazioni ed ammonimenti che gli vengono dati, anno dopo anno negli innumerevoli attimi della giornata, aggiunge ulteriormente delle forme-pensiero a ciò che l' anima già porta in sè.

Chi, quindi, ristagna per anni e decenni, pensando in continuazione, giorno dopo giorno, cose uguali o simili, crea una o più forme-pensiero a sua immagine e somiglianza pronte per essere richiamate. Se riflettiamo sempre sul nostro passato, ne parliamo, lo citiamo facendo rivivere le sue immagini nel presente, creiamo delle forme-pensiero del passato. Se persistiamo per anni nel litigio con il nostro prossimo e parliamo sempre della causa che ha provocato il litigio e lo facciamo rivivere nelle nostre sensazioni e nei nostri pensieri, creiamo, in questo modo, una forma-pensiero. Se per anni sottovalutiamo uno dei nostri simili - se, cioè, non troviamo assolutamente nulla di buono in lui - creiamo, con ciò, una forma-pensiero. Se cerchiamo con tutti i modi possibili a nostra disposizione, anche non corretti, di mettere qualcuno in cattiva luce, creiamo, con ciò, una o più forme-pensiero. Se calunniamo, disprezziamo e scherniamo qualcuno o lo lasciamo completamente in balia di altri, creiamo, con ciò, una o più forme-pensiero. Se ci creiamo col pensiero immagini del futuro - di qualunque tipo esse siano - creiamo, anche in questo modo, delle forme-pensiero. Se una persona, per anni e decenni, riflette o parla in continuazione di cose uguali o simili, oppure ripete sempre le stesse cose, crea, con ciò, delle forme-pensiero corrispondenti.

Chi, quindi, per anni non vive nell'attimo, non solo è "fuori di sè", ma crea anche delle forme-pensiero invisibili al di fuori di lui. Dovunque vanno le nostre sensazioni, pensieri, desideri e passioni, là c'è una parte della nostra coscienza, là costruiamo delle figure invisibili del nostro ego umano. Annotiamocelo: tutto è energia. Per cui ogni sensazione, ogni pensiero, ogni parola, ogni azione, ogni movimento, ogni passione, ogni istinto, ogni vizio è energia. Siccome nessuna energia va perduta, deve ben trovarsi da qualche parte. Come sappiamo, le nostre energie positive - il nostro sentire, pensare, parlare ed agire divino - entrano nell' anima e nel potente computer universale, Dio. Attraverso l' anima, le irradiamo nel corpo ed esse procurano in noi salute, pace e felicità. Questi doni della vita interiore li portiamo poi nel mondo e contribuiamo, con ciò, affinché altri uomini raggiungano la pace interiore e l'altruismo. Anche le nostre energie negative entrano nell' anima. Esse vengono registrate nel computer causale. Se noi, per anni e decenni, non prestiamo attenzione agli elementi della giornata, agli attimi - cioè ai loro innumerevoli impulsi a cambiare modo di pensare e osservare le leggi divine - creiamo ulteriori forme-pensiero.

Queste, in fondo, non sono altro che una nostra "copia", sono, cioè, noi stessi, perchè si formano dal negativo che noi emaniamo. Potremmo definire le forme-pensiero derivanti da aspetti simili o identici a quelli del nostro ego umano anche i nostri campi di pensiero. Potremmo paragonare le forme-pensiero anche a degli esseri invisibili, nebulosi, costituenti le immagini delle nostre rispondenze, a cui noi conferiamo impulsi e forza di agire ripetendo continuamente gli stessi o simili pensieri. Quando poi pensiamo cose simili o uguali a quelle con cui abbiamo costruito le nostre forme-pensiero, diamo loro il segnale di venire da noi e di agire su di noi. Quindi siamo noi stessi che scateniamo, attraverso il nostro comportamento umano, i nostri "sosia", cioè le nostre forme-pensiero, il nostro ego che ha preso forma. Piombano su di noi come dei robot, ci influenzano e ci stimolano a ripetere quelle cose con cui le abbiamo costruite, cioè quello che noi siamo. Ci stimolano a pensare di nuovo o a ripetere cose simili o uguali. Queste forme-pensiero, da noi create, si sono formate con le forze della nostra anima e del nostro corpo. E ciò significa che più forme-pensiero creiamo, più perdiamo forza, perchè le nostre forme-pensiero non ci conferiscono nessuna forza, anzi, proprio il contrario: esigono sempre più forza da noi, perché mirano a farci sentire, pensare, parlare o fare sempre cose negative simili o uguali."



sabato 5 novembre 2011


I 10 Principi fondamentali della filosofia

1: Vivi qui e ora;
2: Fai attenzione a tutto quello che fai;
3: Sii autentico verso i tuoi sentimenti;
4: Ama te stesso;
5: Impara a lasciare andare;
6: Sii onesto con te stesso e con gli altri;
7: Sii consapevole dei tuoi desideri;
8: Sii responsabile di te stesso e del mondo;
9: Non opporti al flusso della vita;

10: Trova la pace interiore. 




giovedì 3 novembre 2011

Il cerchio

 77

“.... tu avrai capito la vita non quando tu farai il tuo dovere in mezzo 
 agli uomini, ma quando lo farai nella solitudine.

Non quando, pur raggiunta la notorietà, potrai avere una condotta 
esemplare agli occhi degli uomini, ma quando l'avrai e nessuno lo saprà, neppure te stesso.
Non quando tu farai il bene e ne vedrai gli effetti, ma quando lo farai e 
non ti interesserà avere gratitudine, nè conoscere l'esito del tuo operato.
Non quando tu potrai aiutare efficacemente e disinteressatamente, ma 
quando aiuterai pur sapendo che il tuo aiuto a nessuno serve, neppure 
a te stesso.
Non quando tu ti sentirai responsabile di tutto ciò che fanno i tuoi simili, ma quando conserverai intatto il senso della tua responsabilità, pur sapendo d'essere l'unico uomo al mondo.
Non quando tu avrai compreso che tutti gli esseri hanno gli stessi tuoi 
diritti, ma quando tratterai l’essere più umile della terra come se fosse 
Colui che ha nelle Sue mani le tue sorti.
Non quando tu amerai i tuoi simili, ma quando tu stesso sarai i tuoi simili e l'amore



venerdì 28 ottobre 2011

Sul significato di "spirito guida".




Lo stesso appellativo "spirito guida" è qualcosa tra il mistico e il romantico che rispecchia il periodo in cui l'esoterismo era presentato in veste personalizzata. Le forze naturali erano persone, le leggi non erano leggi ma volontà, motu proprio di certi individui.

D'altra parte, la mentalità di quei tempi non poteva capire diversamente da così. Tutto era personificato,  a cominciare dal vento, dalla terra, dai fulmini, dai fenomeni naturali: erano tutte persone o deità. Anche lo spirito guida fa parte di quel modo di rappresentare la realtà.
Che cosa sia invece lo spirito guida, in una realtà nella quale non c'è posto per l'errore, ma tutto avviene ordinatamente, direi matematicamente, o addirittura automaticamente, lo si deve scoprire ora se si accetta una verità di questo tipo. 

Gli stessi cosiddetti "signori del karma", che cosa ci stanno a fare in una realtà in cui tutto procede per leggi, automaticamente, diciamolo pure? Non ci stanno a fare proprio niente. Sarebbe diverso se la realtà avesse bisogno di applicatori, di esecutori della legge, di persone cioè incaricate di sorvegliare che le leggi siano applicate bene, in quel caso sè; ma siccome non è assolutamente tale la realtà, perchè tutto avviene in maniera ordinata, spontanea e naturale, non c'è alcun bisogno di applicatori della legge.

Lo spirito guida non è quello spirito che, diciamo, salva il suo protetto dalla cattiva sorte o dai pericoli che possono capitargli; e quindi lo si deve poi ringraziare, perchè ha cercato di strapparti a Satana per riportarti sulla retta strada; ma è, nella visione della comunione dei sentire, l'essere a cui fanno capo vari stati di coscienza che sono altrettanti esseri. E' uno stato di coscienza che racchiude in sè altri stati di coscienza meno ampi, evidentemente, di quello da lui rappresentato.

Questo discorso esclude sia che lo spirito guida possa in qualche modo salvaguardare i suoi protetti dalle esperienze pericolose o dolorose, sia che possa scegliere gli esseri che faranno o che fanno capo a lui. Tutto è ordinato, è proprio lo svolgimento di una equazione, passaggio dopo passaggio, in cui niente è lasciato all'improvvisazione o all'errore o alla distrazione di qualcuno.
Tutto è ordinato, pur esistendo fra le maglie di questo ordine prezioso e preciso la possibilità di fare dei salti di qualità, cioè di avere un margine di libertà, di autonomia. Rivolgersi allo spirito guida è come rivolgersi ad un voi stessi proiettati nel futuro - del sentire, naturalmente, se così posso dire.








L'ESISTENZA DEL DOLORE......


L'esistenza del dolore poggia su precise ragioni, quanto meno su quella di spingere gli uomini a serrarsi, a colláborare, a lavorare uniti per cancellarlo dalla tetra. Realizzandosi ciò, l'importante tappa raggiunta non sarebbe tanto l'assenza di dolore, quanto l'unione fraterna degli esseri.
Guai a chi passivamente subisse il dolore! Lo svuoterebbe di gran parte del suo significato. Perciò, fratelli che soffrite, imprecate, maledite, cercate, chiedetevi perché. Cosí facendo fate quello che il dolore deve farvi fare! Ma non identificatevi con il vostro dolore. Voi siete molto di piú.

Non lasciate che il dolore occupi tutti voi stessi e la vostra vita, divenga l'unico scopo di essa e vi paralizzi. Pensate che non vi è mandato per mettervi alla prova o che so io, ma che voi stessi l'avete richiamato, anche se al momento non ricordate e non capite perché.

Forse, se pensate che voi stessi siete la ragione del vostro soffrire, vi sarà piú facile reagire, ritrovare la serenità. Ma soprattutto ricordate che al di fuori della dualità basilare di cui il dolore .è un elemento, ciò che sembra crudeltà è supremo, reale Amore che attraverso alle lezioni della vita cosí ci parla:

« Figlio mio, non ostinarti a cercare la felicità dove non l'ho posta. Essa non è nel possesso dei beni materiali, nell'appagamento dei sensi, nell'esaltazione del tuo io o nella condiscendenza che tu puoi avere da parte dei tuoi simili. Io solo sono la vera beatitudine.
Il mondo dei fenomeni in cui ti muovi ed agisci non deve essere lo scopo della tua vita, ma solo un mezzo che ti conduce a me, perché io solo sono la tua vera esistenza, la tua vera essenza.
Per quanto tu sia debole, insufficiente e misero, per quanto abbietto tu sia giudicato o tu sia, ricordati: io ti amo, perché io solo sono il vero amore.
Cercami e non sarai deluso. Trovami e non conoscerai mai piú il dolore ».

                                                                                                                                                                             KEMPIS


                                

Affanno afflizione amarezza angustia ansietà angoscia, corruccio crepacuore, dispiacere duolo disperazione, inquietudine, malinconia macerazione mestizia, oppressione, patema patimento, pena pianto, rammarico rodimento, sofferenza spina squarcio schianto spasimo strazio supplizio, tristezza tribolazione travaglio tortura tormento: dolore.

Chi è quell'essere felice che può domandarsi: « Cos'è il dolore? ».
No!, non è acqua quella che sostanzia gli oceani, i poli, e rende fertile la terra: sono lacrime versate dal dolore.
Vi guardo, creature d'ogni specie, razza, ceto ed età: siete tutte segnate e dominate dal dolore. Vi guardo cercare affannosamente il piacere ed affannosamente trovare la sofferenza.

Il dolore non è come il sole, che splende in egual misura sui giusti e sugli ingiusti; sembra accanirsi con i buoni, gli inermi, lasciando perciò ‑in grande perplessità chi soffre e chi è spettatore della sofferenza, che in ciò vedono una ingiustizia.
Infatti il dolore - che sia sensazione fisica o sentimento appare assolutamente dannoso e tanto negativo che l'uomo ne fa la maledizione di Dio.
L'esistenza del dolore è, al tempo stesso, lacerante esperienza e, per gli esseri dotati di raziocinio, paurosa minaccia nonché causa di angosciosi interrogativi.

Generalmente l'uomo accetta piú l'esistenza della morte che quella del dolore. Ed è giusto. Perché mai temere la morte tanto da sognare l'immortalità? Che sciocchezza! L'uomo che fosse immortale sarebbe il piú disgraziato degli esseri. La morte è la piú grande benedizione: libera l'umanità dalla tirannia dei potenti, dalla noia dei sapienti, dal peso dei notabili.

Pensate un attimo a che cosa sarebbe l'umanità se nessun uomo del passato fosse morto, specialmente i potenti. Tutti vorrebbero continuare a pesare sulla storia. Ve la immaginate che Babilonia? E quanto è comodo, invece, poterli mettere in disparte, obliarli, seppellirli nel silenzio.
Tu che temi la morte, non ti rendi conto quanto le devi? Vorresti continuare a vivere? Ebbene, se anche tu fermassi il decadere del tuo corpo, sei soddisfatto di te stesso come sei? O forse vorresti continuare a vivere migliorandoti via via, trasformandoti? Ma trasformarsi è morire, morire a quello che si è. E la morte è solo trasformazione.

Fortunatamente si muore di continuo. E se la morte è la regina della terra - in quanto nessun essere vivente ad essa sfugge - il dolore ne è il re.
Vivere è avere un retaggio di dolore.

Non è pessimismo il mio, è constatazione di un fatto estremamente naturale. Riconoscerlo noti è soffocare la speranza. E', assurdo, per non dire mostruoso, sperare di cambiare l'ordine naturale senza tener conto delle ragioni che lo determinano.
Questo è il punto: la ragione del dolore.
Perché mai tanto dolore affligge ogni essere vivente? E fa dubitare i raziocinanti che la vita sia un dono; e fa pensare piuttosto che introduca in un luogo di pena dove, per qualche oscura ragione, ognuno debba soffrire.
E se fosse - come nella catena alimentare della natura ogni creatura si ciba ed è cibo di altre - che le sensazioni, le emozioni, il dolore degli esseri viventi costituissero alimento per invisibili entità ultraumane? E se il dolore - che è tormento di ogni essere carnale - fosse il piacere di entità cosmiche immateriali, che si adoperassero in ogni modo per far soffrire i viventi e così trovare, esse, piú godimento? In tal modo gli esseri viventi tutti - e piú d'ogni altro l'uomo - sarebbero come animali da allevamento, fatti vivere e soffrire per il piacere di invisibili, potenti, sovrastanti, crudeli parassiti.

Questi ed altri sono i dubbi che la dilaniante crudeltà del dolore fa sorgere in chi cerca una ragione di esso.
Il credente, di fronte allo spettacolo del dolore, conosce il dubbio. Chi soffre perde la fede. Nei momenti di grande dolore anche la piú ferrea delle convinzioni spirituali, vacilla.
« Padre, perché mi hai abbandonato? » si chiese lo stesso Cristo all'acne della sofferenza.
Il dubbio che il dolore suscita nel credente si chiama « timore di aver offeso la Maestà divina » ed è intendere il dolore quale castigo.
Ma non in tutti i credenti il dolore evoca sensi di colpa; a molti fa pensare d'essere vittime di ingiustizia ed allora, spesso, diventa ribellione. « Guai a ribellarsi nel dolore! » dicono i padri spirituali.

Io, senza avere la pretesa d'esservi guida, vi dico: ribellatevi pure! Il dolore non è una cosa piacevole. E' ufficio di ogni uomo essere forte, ed è ufficio dell'uomo forte resistere al dolore. Ma non sentitevi in colpa se vi manca la rassegnazione, se non sapete accettarlo come se fosse un piacere. No!, non tento di mettere d'accordo Dio e il dolore dicendovi che è l'uomo l'artefice della propria sofferenza.
E’ un Dio di crudeltà quello che toglie il figlio alla madre, che lungamente lascia le Sue creature nei tormenti tanto da far loro invocare la morte?  E' un Dio spietato quello che fa arrancare i Suoi figli, trascinare fra mille patimenti, e rimane muto alle loro invocazioni disperate? Il peggiore degli uomini talvolta sarebbe piú pietoso.
E' un Dio impotente quello che, invocato, implorato, non dà le poche ore di sollievo che una semplice, insensibile pillola può dare? Perché Dio, nella Sua incommensurabile perfezione, ha creato il dolore? E se non lo ha voluto o lo vuole Lui, perché lo permette?
« Perché mi è successo questo? Perché devo soffrire? », si domanda il sofferente. Tutti vorrebbero conoscere il perché del loro dolore. Esistono tante risposte quanti sono quelli che patiscono. E ne esiste una che le riassume tutte: l'uomo soffre perché deve superare l'io personale ed egoistico.

Questa è la risposta. Il resto è dettaglio con poca importanza. Non è tanto un tipo di azione che determina l'effetto, quanto l'intenzione. Quindi non serve conoscere il dettaglio: conoscete voi stessi, le vostre intenzioni, e saprete il perché della vostra sofferenza.
Quante volte abbiamo ripetuto che non si tratta di sapere, ma di « essere ».

Non sempre e non necessariamente chi compie eccessi dettati dal suo orgoglio, rinasce cieco. Quando si soffre - cioè si subisce l'effetto karmico - si sta seguendo la « via dell'azione ». E' tardi per riflettere; a quel punto non c'è che il fatto che fa soffrire, vissuto, a poter dare una data maturazione che manca e mancava all'atto in cui si è determinato il karma di sofferenza.
Serve riflettere prima, nella vita di tutti i giorni; porre attenzione ai vostri rapporti con gli altri; vivere con la vostra sensibilità e la vostra considerazione una vita in cui gli altri non siano relegati al solo ruolo di comparsa, in cui vi avviate a superare l'io personale ed egoistico. Questo è il solo modo di risparmiarvi sofferenza.

Certo è che per il fatto stesso che il dolore esista, è da Dio voluto, ricade su di Lui. Ma sarebbe un Dio estremamente crudele quello che condannasse al dolore altri restandosene ben al di fuori, nella beatitudine del Suo Olimpo, a guardare chi soffre.
Tutto quanto esiste - per esistere - deve essere « sentito », ed il modo in cui ciascun essere lo « sente » è il modo attraverso al quale lo « sente » Dio; perciò è il modo attraverso al quale esiste.

Attenti a quello che ho detto.
Il dolore fa parte di una dualità della quale - saremmo tentati di dire se non temessimo di essere retorici - Dio stesso ne soffre e ne gioisce. Certo è che nulla di ciò che esiste, in senso lato, anche soggettivo - a cominciare dalle sensazioni per finire al sentire divino -, esisterebbe se non fosse in Dio, pur essendo Dio tutt'altro dal particolare.

Ma una domanda ricorre in chi riflette sul dolore e cioè se Dio avrebbe potuto evitare di creare la sofferenza, per dirla in termini di creazione. Una tale domanda rientra nel quesito piú ampio e generale, cioè: se le cose tutte avrebbero potuto essere diverse da come sono congegnate. Ed io rispondo di no. Vi rispondo con una asserzione che può essere accettata solo per fede. D'altra parte sarebbe impossibile constatare la spiegazione con la sola mente umana.

A voi che non potete tanto, quando soffrite dico: « Non ringraziate Dio per la sofferenza, né maleditelo. Quando soffrite pensate che non è tanto Dio a mandarvi quelle pene, quanto Dio a trasformare quel dolore in un balsamo per il vostro essere, il vostro esistere. Dio che non condanna né si vendica, Dio che con quel mezzo, senza alternative, vi riscatta da una vita senza coscienza, vi richiama a partecipare alla Sua vera natura.
Nel momento che richiamate su di voi il dolore e poi soffrite, sappiate che altro mezzo non v'era per condurvi innanzi d'un passo ».

Forse il dolore perde il suo sapore di maledizione ed appare meno crudele se visto in una luce diversa che libera chi soffre dall'idea di patire una punizione divina, che non lo fa sentire in colpa se non riesce ad accettare la sofferenza e che, soprattutto, fa del dolore uno strumento dell'amore divino, un mezzo per farci partecipi dell'esistenza di Dio.

Sono consapevole che quanto dico può essere recepito piú da chi è spettatore della sofferenza che da chi soffre. Chi patisce non intende ragioni, se non quella che può dare termine al suo soffrire. Ed è giusto che sia cosí.
Ma nell'ora della disperazione, quando senti di non farcela con le tue sole forze e ti volgi attorno, forse senza speranza, quanta gioia e sollievo ti dà la mano di chi ti aiuta!
Ebbene, se ti sembra bello e giusto avere trovato soccorso, perché tu pure non soccorri? E se non soffri, ma il dolore per te rappresenta una paurosa minaccia che ti paralizza e speri di non trovarlo, ti dico: « Vana è la tua speranza, prima o poi ti toccherà di patire ».

Perciò non sprecare le tue energie a sperare che non ti tocchi, ma impiegale a capire chi soffre. Se poi puoi capire, senza averle provate, quanto gravose e dolorose siano le vicissitudini dei piú, perché non ti adoperi per alleviare anche in minima parte il peso di quelle? Se puoi capire che sia giusto e bello che ogni uomo non viva solo per se stesso, ma concepisca e viva la sua vita nella solidarietà con i propri simili, pronto a sostenere la parte piú umile nella scala sociale, pronto a dare anche se non ha ricevuto, come facente parte di una sola, grande famiglia, allora perché pensi solo a te stesso e aspiri a posizioni di preminenza e prima di dare - se dai - fai il bilancio di cosa hai avuto e frapponi mille condizioni al tuo dare, finanche esigere che chi ha bisogno risponda al tuo ideale di bisognoso o addirittura ti sia simpatico?

Se puoi capire che sia giusto e bello che la società non sia un meccanismo senza calore umano in cui le istituzioni hanno perduto di vista il fine, lo scopo per cui sono state create - che é quello di aiutare gli uomini -, perché nulla fai di ciò che tu puoi fare per riscaldare i rapporti con i tuoi simili, anche semplicemente cercandoli, intrattenendoti con loro senza un tuo scopo egoistico? Perché invece fuggi chi non ti è in qualche modo utile e fai di tutto per liberarti della sua compagnia come se fosse una calamità?

Certo l'ideale sarebbe che fossi tu ad avere l'iniziativa, tu ad operare una siffatta società! Ma già tanto sarebbe che tu considerassi chi ti avvicina cosí come vorresti essere considerato.
Questo è quello che il dolore ti indirizza a farti comprendere, ad insegnarti; ma non già come un fatto di conoscenza, un patrimonio della mente, bensí come un'intima trasformazione: un essere nuovo che in tal modo sente e perciò opera, ancorché perdesse o perda il ricordo dell'esperienza avuta.

Oh dolore, primo alimento della paura! Che cosa non si fa per sottrarsi al tuo abbraccio! Sei tu che rendi sgradite certe esperienze, tu che muovi gli esseri viventi per un verso anziché per l'altro. Sarebbe forse temuta la fame se non fosse dolorosa? E chi intraprenderebbe l'odissea che comporta lo sfamarsi se il digiuno fosse piacevole? Dunque tu, dolore, condizioni le esperienze degli esseri viventi e al tempo stesso li muovi da un venefico, mortale ristagno.

Ebbene, se nelle cose che posso spiegare, tu, dolore, mi appari utile, la stessa utilità deve esserci laddove non arrivo ad afferrare la ragione della tua esistenza. In effetti tu sei il termine di una primordiale dualità, senza la quale nulla vi sarebbe di ciò che è; tu, per la tua stessa natura inviso e rifuggito da coloro che non esisterebbero e cesserebbero di esistere se non ti avessero conosciuto e non continuassero a conoscerti; tu, motore primo del divenire!
Ma dunque, se allora il tuo esistere è vitale, rifuggirti, ribellarsi alla tua opprimente presenza è un errore? Se quale termine di una dualità che dà vita ed evoluzione, tu, dolore, sei provvidenziale, perché mai ribellarsi al tuo straziante dominio? Giusto parrebbe invece supinamente subirti. Sí, è vero: il dolore è una macerazione insostituibile, ma la sua funzione è anche quella di far reagire, imprecare, rompere le situazioni spiritualmente cristallizzate, indurre a ricercare, a chiedersi: « Perché? », a diventare strumenti di speranza e di gioia!

L'esistenza del dolore poggia su precise ragioni, quanto meno su quella di spingere gli uomini a serrarsi, a colláborare, a lavorare uniti per cancellarlo dalla tetra. Realizzandosi ciò, l'importante tappa raggiunta non sarebbe tanto l'assenza di dolore, quanto l'unione fraterna degli esseri.
Guai a chi passivamente subisse il dolore! Lo svuoterebbe di gran parte del suo significato. Perciò, fratelli che soffrite, imprecate, maledite, cercate, chiedetevi perché. Cosí facendo fate quello che il dolore deve farvi fare! Ma non identificatevi con il vostro dolore. Voi siete molto di piú.

Non lasciate che il dolore occupi tutti voi stessi e la vostra vita, divenga l'unico scopo di essa e vi paralizzi. Pensate che non vi è mandato per mettervi alla prova o che so io, ma che voi stessi l'avete richiamato, anche se al momento non ricordate e non capite perché.

Forse, se pensate che voi stessi siete la ragione del vostro soffrire, vi sarà piú facile reagire, ritrovare la serenità. Ma soprattutto ricordate che al di fuori della dualità basilare di cui il dolore .è un elemento, ciò che sembra crudeltà è supremo, reale Amore che attraverso alle lezioni della vita cosí ci parla:

« Figlio mio, non ostinarti a cercare la felicità dove non l'ho posta. Essa non è nel possesso dei beni materiali, nell'appagamento dei sensi, nell'esaltazione del tuo io o nella condiscendenza che tu puoi avere da parte dei tuoi simili. Io solo sono la vera beatitudine.
Il mondo dei fenomeni in cui ti muovi ed agisci non deve essere lo scopo della tua vita, ma solo un mezzo che ti conduce a me, perché io solo sono la tua vera esistenza, la tua vera essenza.
Per quanto tu sia debole, insufficiente e misero, per quanto abbietto tu sia giudicato o tu sia, ricordati: io ti amo, perché io solo sono il vero amore.
Cercami e non sarai deluso. Trovami e non conoscerai mai piú il dolore ».

                                                                                                                                                                             KEMPIS