venerdì 18 novembre 2011


 di  Giovanni Bortoli

 

Da Platone ai politici di professioneCol governo Monti torna il «sapere»

Lo Stato e la (fraintesa) filosofia

Platone visto da Raffaello (web)
Platone visto da Raffaello (web)
In uno dei passi più noti (ma anche generalmente meno capiti) del dialogo intitolato «Repubblica», per bocca di Socrate Platone formula una proposta destinata a restare famosa. «Non vi potrà essere una tregua ai mali che affliggono gli Stati - afferma infatti il filosofo - fino a che a governare non siano i filosofi». Posto di fronte a questa ipotesi, l’interlocutore di Socrate replica come forse molti noi oggi risponderebbero, vale a dire minacciando di lapidare l’incauto sostenitore di una proposta tanto temeraria. In realtà, a differenza di quanto generalmente si crede, e come lo sviluppo del dialogo lascia chiaramente intendere, Platone non pensava affatto che un rimedio efficace per la salute dello Stato potesse consistere nell’affidare il governo ai professori di filosofia. Era convinto, piuttosto, che per potere convenientemente esercitare le complesse funzioni connesse con l’attività di governo fossero necessarie delle specifiche competenze, e cioè che per «governare» fosse necessario anzitutto «sapere». Con ciò, ancora una volta, Platone appare lontanissimo dallo stereotipo caricaturale dell’«idealista », del pensatore con la testa fra le nuvole, perché anzi egli è assertore, in termini estremamente «realistici», della necessità che coloro che sono chiamati ad esercitare la difficile arte del governo siano provvisti delle conoscenze indispensabili.
Col passare dei secoli, il «messaggio» platonico doveva restare sostanzialmente inascoltato. Sempre di più, soprattutto nel corso del Novecento, nell’elaborazione teorica e nella concreta prassi politica, si è manifestata una netta divaricazione tra la funzione politica e quella tecnico- scientifica. Da un lato, anche per l’influenza di testi spesso fraintesi di Lenin o di Max Weber, è cresciuta una schiatta di «politici di professione», talora abilissimi negli intrighi, insuperabili conoscitori dei sotterranei della politica, ma mancanti di conoscenze in qualche modo qualificate. Dall’altra parte, le conoscenze in quanto tali si sono sviluppate del tutto al di fuori di ogni possibilità di diretta influenza sulle modalità di organizzazione e di gestione della cosa pubblica. Politici senza specifiche qualità intellettuali e intellettuali senza voce politica. Poco alla volta, è venuto affermandosi anche uno specifico identikit dell’uomo politico, con trascurabili differenze dovute alle diverse «collocazioni », a destra o a sinistra: un personaggio spregiudicato, dedito instancabilmente a tessere mediazioni, imbattibile nella sottile arte del compromesso, affabulatore insuperabile, capace di forgiare o di ripetere slogan e luoghi comuni a getto continuo, prontissimo nella battuta fulminante, ma anche profondamente e irreparabilmente «ignorante » - nel senso proprio di colui che «non conosce» i problemi di cui si occupa nella loro sostanza tecnico-scientifica. Correlativamente, si è assistito ad un processo di polarizzazione di quello che Marx chiamava il «cervello sociale», nel senso che gli addetti alla coltivazione e alla produzione dei diversi ambiti del sapere hanno finito per formare un ceto sociale distinto e separato, molto raramente in comunicazione col resto della società, e generalmente del tutto trascurato dai politici di professione.
L’ambizione del governo Monti è quella di rovesciare il rapporto che si è consolidato negli ultimi decenni, conferendo direttamente potere alle conoscenze incarnate nei «tecnici » coinvolti nella compagine di governo. E’ difficile dire come potrà andare a finire. Certo, anche solo sul piano dello stile, l’idea che non vedremo più il ghigno di La Russa, che non assisteremo più ai patetici tentativi di arrampicarsi sulla sintassi della lingua italiana da parte della Gelmini, che potremo non associare più al faccione rubizzo di Bondi i beni culturali del paese più ricco di arte e cultura del mondo, che saremo esonerati dalle periodiche sortite isteriche di Brunetta, che ci verranno risparmiate le tirate razziste di Calderoli, e che, viceversa, potremo vedere se non altro «facce» meno indecenti, qualche consolazione non irrilevante già la fornisce. Ma insieme non possiamo dimenticare che, per aver cercato di realizzare concretamente quanto auspicato nella «Repubblica», Platone stesso ha corso il rischio di fare una brutta fine.

giovedì 17 novembre 2011

Cosmica





 LA FILOSOFIA...........................................
 di Bortoli Giovanni






Molto spesso la filosofia si è occupata di questioni metafisiche ed esistenziali avvertendo l’esigenza di tratteggiare una fenomenologia dell’essere umano al fine di delineare il cammino verso l’autenticità e verso la verità, partendo dall’orizzonte dell’Erlebnis, e dal dono di senso intrinseco all’intenzionalità della coscienza.

Altrettanto spesso, ha colto in questo percorso il mistero dell’essere che caratterizza la condizione dell’homo viator, intento al coglimento dell’enigma di sé e all’auscultazione stessa della vita che da sempre lo pone in un’apertura trascendente, nella possibilità.

Tuttavia, nonostante la convergenza di molte riflessioni sulle tematiche dello stupore e della meraviglia del principio, della vertigine cosmica o sentimento oceanico che invade l’uomo e che eccede in una sporgenza tremenda/affascinante il pensiero,  ci sembra che si insista molto di più sull’essere per la morte e sulla finitudine come parabola declinante piuttosto che sul passaggio aperto della nascita. Eppure questo  mistero continua a lasciare tracce nell’uomo, permettendogli di esperire la possibilità di un inedito che resterà per sempre nella memoria universale dell’umanità, aprendo quell’orizzonte della speranza e della promessa che si addensa di un senso sempre rinnovato, così che davvero si possa dire, con Pascal, che l’uomo è sempre capace di superare l’uomo.
Non possiamo, dunque, non fissare lo sguardo sulla figura di una filosofa del Novecento come Hannah Arendt, che, nella sua mirabile opera Vita Activa ha cercato di delineare un’antropologia filosofica proprio a partire da questa origine originata, che, pur venuta alla luce in virtù di un’iniziativa gratuita di altri, si esplica come potere dell’inizio, ovvero come capacità di immettere nel mondo qualcosa di mai apparso prima e, per questo di rinnovarlo con una incessante rinascita . Il potere dell’inizio è lo spettacolo e la meraviglia dell’essere indeducibile che dà forma a se stesso, mentre si apre alla coscienza di un incontro/dialogo con la vita stessa, con uno spazio di trascendenza entro cui la sua azione si esplica. Tuttavia in questa capacità di inizio, Hannah Arendt ravvisa una sorta di teleologia che non fa dell’essere umano una chiusa forma ma, grazie alla sua capacità di scegliere la vita, nell’incessante novità dell’agire, lo rende vivente apertura alla generosa promessa dell’essere. In tal modo, la sua intima essenza diventa universale concreto  dell’umanità, capace di corrispondere a quell’eccedenza in sé prima che viene denominata pro-messa e perdono e che acquisisce uno spessore autenticamente metafisico Tali termini della vita effettiva saranno  pertanto l’oggetto della nostra analisi.












mercoledì 16 novembre 2011

La vita...




Filosofia di vita

di Giovanni Bortoli
Filosofia di vita“…I miei piedi sono il mio solo mezzo di trasporto,
e quindi devo andare avanti
Oh, ma in mia assenza
Tutto andrà per il verso giusto
Tutto andrà per il verso giusto
No donna, non piangere
No donna, non piangere..”
No woman, no cry -Bob Marley
Cito questa canzone perché da oggi la mia filosofia sarà questa: no donna non piangere tutto andrà bene!
Ci si danna tanto per qualsiasi cosa vada male, ci sentiamo depressi per la minima cosa andata male, pensiamo di non essere all’altezza…ma in fondo siamo così male?
Se ci guardiamo intorno realmente gli altri sono tanto più bravi, corretti e buoni di noi?
Penso che ognuno deve vivere la propria vita, facendo quello che ritiene più giusto e se poi la sorte gli è restia, vabbè almeno ha la coscienza a posto e può dire io ci ho provato!!
Chi non fa non sbaglia, ma neanche ha successo!!
Devo prendere sicurezza in me stessa e guardare al futuro con occhi positivi … finora ho fatto errori, fatto soffrire persone (anche se non volontariamente) e non sono ancora arrivata da nessuna parte.
Da domani continuerò a fare errori, forse a far soffrire persone, ma prima o poi da qualche parte arriverò!!
Questo è il pensiero che ti fa vivere meglio, che non ti fa deprimere, farò tutto quello che è nelle mie possibilità per fare ciò che è giusto, magari non servirà a niente, ma perlomeno avrò provato!
Se ognuno di noi seguisse ciò che ritiene più giusto, in fondo al cuore, se si guardasse allo specchio pensando se è una persona giusta o sbagliata forse il mondo cambierebbe davvero, forse prima di pensare ai soldi bisognerebbe pensare ai sentimenti…vabbè pura utopia la mia.
Anche se questa è utopia, ciò non vuol dire che io non debba agire così, sicuramente la notte quando andrò a letto mi sentirò in pace con me stessa, e poi se agendo nel giusto riuscirò a raggiungere una delle tante mete che mi sono proposta, allora starò anche meglio!!
Ok questo è un puro sfogo notturno…capite l’ora oramai è tarda…e la mia mente viaggia tra mille pensieri…comunque andrò a dormire pensando di essere una persona migliore di tanti squali che girano nella vita reale!!!


Aforismi





E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio (Albert Einstein)

-I grandi spiriti hanno sempre incontrato violenta opposizione da parte delle menti mediocri. (Albert Einstein)

-Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi. (Albert Einstein)

-Tutte le verità passano attraverso tre stadi: primo : vengono ridicolizzate, secondo: vengono violentemente contestate,
  terzo : vengono accettate dandole come evidenti. (Arthur Schopenhauer)

-La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza. (Albert Einstein)

-"Ben fatto" è meglio che "ben detto". (Benjamin Franklin)

-Chi non ammette l'insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato. (Albert Einstein)

-Ci sono due modi di vivere la tua vita. Una è pensare che niente è un miracolo. L'altra è pensare che ogni cosa è un miracolo. (Albert Einstein)
 
-La grande tragedia della scienza: il massacro di una bella ipotesi da parte di un brutto dato di fatto. (Thomas Henry Huxley)

-Il valore di un uomo dovrebbe essere misurato in base a quanto dà e non in base a quanto è in grado di ricevere. (Albert Einstein)
 
-Meglio dire una verità ad una persona che una mezza verità a tante persone. (anonimo)

-Anche la cosa più pura si sporca, se riposta nelle mani sbagliate (anonimo)

-L'amicizia è la persona che arriva quando il resto del mondo se ne va (anonimo)

-Il tuo nemico ride quando ti vede sbagliare, il vero amico ti avvisa e ti corregge quando vede un tuo errore. (anonimo)

-Molti che avevano preceduto il proprio tempo hanno poi dovuto aspettarlo in locali piuttosto scomodi. (Stanislaw Jerzy Lec)

-Non discutere mai con un idiota: chi osserva potrebbe non capire la differenza. (anonimo)

-Gli uomini si sbagliano, i grandi uomini confessano di essersi sbagliati. (Voltaire)
 
-La semplicità spesso è agli antipodi della banalità (anonimo)
 
-Chi non conosce la storia, sarà costretto a riviverla. (scritta su un muro di Auschwitz)

martedì 15 novembre 2011

Se ridere è una cosa seria

 

 

Se ridere è una cosa seria


di GIOVANNI BORTOLI 
Una vera e propria incazzatura no, ma un po’ d’irritazione la susciterebbe, in Platone, sapere che per milioni di liceali di tutto il mondo lo studio della filosofia comincia con una sua barzelletta contenuta nel dialogo Teeteto. Riguarda Talete, abitualmente presentato per primo tra i filosofi presocratici, ed è lo stranoto episodio che vede il milesio cadere in un pozzo ed esser preso in giro da una servetta: «Ti preoccupi tanto delle cose che stanno in cielo, però non vedi dove metti i piedi». 
S’irriterebbe, il più brillante allievo di Socrate, poiché lui il risonon lo sopporta: nella sua Repubblica ideale non ha cittadinanza. Come Platone più o meno la pensano Protagora, Epitteto, la Bibbia, le regole monastiche medievali, Hobbes e i puritani: la vita bisogna tenersela stretta, e chi ci scherza sopra la butta via.
Secondo John Morreall, autore di Filosofia dell’umorismo (Sironi), Platone e Hobbes sono fra l’altro i principali esponenti della «teoria della superiorità»: chi ride, lo fa essendo convinto della propria superiorità rispetto alle cose e alle persone di cui si burla. Teoria successivamente chiosata dal buon Henri Bergson, autore, detto per inciso, della più densa (e divertente) opera filosofica sull’argomento: Il riso. È vero, dice Bergson, ma a chi si prende gioco della «rigidità meccanica» che domina ampi segmenti dell’esistenza va tutta la mia solidarietà.
Alla «teoria della superiorità», colpevolista e seriosa, fa da contrappeso quella «dell’incongruenza». A sostenerla e diffonderla sono, stranamente, tre pensatori spesso accusati d’essere troppo musoni: l’ultra-razionalista Kant, il pessimista Schopenhauer e il confessionale Kierkegaard. Ma soprattutto il figlio degenere del platonismo, Aristotele. Ricordate il casus belli de Il nome della rosa? Nella plumbea abbazia i monaci muoiono come mosche attirati dal fantomatico secondo libro della Poetica dello Stagirita, quello che tratterebbe, dopo i generi della tragedia e dell’epica, la commedia: cioè il riso. Ebbene, ad Aristotele&Co. la commedia piace assai non tanto per gli sghignazzi che suscita, ma perché accresce le esperienze umane. Infatti, come funziona la nostra mente? Per modelli appresi. E che cosa fa la commedia, il comico? Determina «slittamenti cognitivi», come li chiama Morreall, cioè esercizi giocosi disinteressati dall’aut-aut «o combatti o scappi» del dovere, e rivolti al piacere. In ciò la commedia e il riso sono in buona compagnia: anche tutte le forme di arte si muovono in quest’ambito di gratuità. Cicerone sottoscrive dalle pagine del De oratore.
Poi ci sarebbe anche la terza teoria, quella «del sollievo»: ridiamo per gli scampati pericoli reali o immaginari, e nel far ciò scarichiamo la tensione. Abbracciata da Shaftesbury, Spencer e Freud, il quale la appende al gancio multiuso della libido, fisiologicamente è perfetta: forse il riso non farà buon sangue, ma la medicina assicura che è amico di muscoli, nervi e cuore. Però è troppo riduttiva, e l’autore la scarta come una «concezione idraulica» del nostro cervello.
In effetti, trovare l’equilibrio fra cuore e cervello non è impresa da poco. «Questo mondo - afferma Horace Walpole - è una commedia per quelli che hanno cervello, ma una tragedia per quelli che hanno cuore». E ancora Bergson avvalora tale convinzione, dicendo che l’umorismo richiede «un’anestesia momentanea del cuore». Tuttavia, per iscriversi al partito del riso non basta mettere una firma sotto il motto Take it easy. Troppo facile. Ridere consapevolmente e non come degli idioti, è una cosa seria. Sviluppa il pensiero critico, chiede di mettere fra parentesi i propri interessi particolari, di aver pazienza, coraggio, rispetto per l’altro. Del resto, se le cose andassero sempre bene, non si riderebbe più. Twain e Nietzsche hanno davvero poco in comune, ma al proposito la pensano allo stesso modo. «In Paradiso non si ride», sostiene il primo, mentre per il secondo gli uomini sono gli unici animali che ridono perché sono quelli che soffrono davvero.
Infine, la natura proteiforme e libertaria del riso gli consente di essere buono anche quand’è cattivo, altruista quand’è cinico, costruttivo quando mena bastonate a destra e sinistra.
Avviene con la satira (quella autentica), infiltratasi con arguzia nelle pieghe di ogni civiltà, dribblando le leggi non scritte del costume e della morale, fino a sbeffeggiare persino la morte. Nelle vignette dell’islandese Hugleikur Dagsson, scorrettissime e bellissime (Cazzo ridi?, Isbn) c’è molta filosofia. Perché, niccianamente, incidono con il bisturi dell’ironia i bubboni dolenti e li fanno scoppiare. Dal ridere

venerdì 11 novembre 2011

Enciclopedia Filosofia


Enciclopedia Filosofia

 



Dal greco: philèo sophia = amo conoscenza


FilosofiaAnche se esistono elementi "filosofici" presenti in diverse culture, per lo più orientali, tuttavia la Filosofia, intesa come forma di sapere organizzato scientificamente e attività intellettuale specifica, nasce in Grecia e dunque ha origini occidentali.
Per
Aristotele (Metafisica) Talete di Mileto (624-544 a.C.), fondatore della scuola Ionica, fu il primo filosofo, avendo egli ricercato un principio in grado di rilevare la natura di tutte le cose, l’ arcή.
Secondo una tradizione riferita da Diogene Laerzio (Vite dei filosofi) sarebbe stato Pitagora (540 a.C.) il primo a definirsi "amante del sapere", ovvero filosofo. Successivamente quest’ultimo avrebbe descritto la filosofia mediante l’allegoria del mercato: il filosofo è colui che osserva in modo disinteressato lo scorrere della vita.
In generale la filosofia va intesa come una disciplina scientifica ben definita, chiamata da Aristotele scienza prima, avente per oggetto i principi e lo studio delle strutture dell’Essere, identificato di volta in volta ora con la Realtà, ora con Dio.
A partire da questo significato del termine si collocano una grande moltitudine di sensi più specifici del concetto, legati, tra l’altro, al tempo e alle condizioni storiche e culturali dell’epoca in cui essi sono stati concepiti.

 

mercoledì 9 novembre 2011





Lezione del 22.11.73 - Dali
Per farci intendere meglio la verità delle varianti in questa lezione Dali parla di una realtà fisica generale e delle varianti come se fossero eventi sognati solo da chi si immedesima nella variante alla storia generale. Supponiamo cioè che in questa serata uno di noi avesse avuto la libertà di venire qui o di andare al cinema: nei fotogrammi della serata il corpo fisico di colui che ha questa libertà è rappresentato sia in una serie che nell'altra: ammettiamo che la storia generale sia quella che lo vede rappresentato partecipante a questa riunione: quando la sua consapevolezza si unirà ai fotogrammi di questa serata, se egli sceglierà di andare al cinema, quella variante possiamo paragonarla ad un suo sogno, ad una sua realtà onirica, vissuta e sentita solo da lui.

Forse così enunciata la verità delle varianti è più comprensibile, ma importante è capire che non esiste una realtà fisica e una realtà onirica: le molteplici storie sono vere e reali tutte nello stesso modo. Ai fini della realtà sia fisica, sia assoluta, sia relativa, i vari rami sono di un identica realtà, hanno una identica validità: è solo per il "sentire" dei veicoli inferiori dell'individuo che si lega con la sua consapevolezza all'una o all'altra serie, che esiste una differenza.

E' importante comprendere queste verità, poiché i nostri Maestri desiderano portarci avanti, desiderano parlarci di cose nuove e noi dobbiamo fare lo sforzo di capire quello che è stato detto fino ad ora, per non trovarci in difficoltà di fronte alle verità successive.

Dobbiamo comprendere che il piano fisico a cui diamo tanta importanza, non è una realtà fisica come fino ad oggi abbiamo inteso.

(Kempis)
Lo stesso nostro corpo fisico che noi vediamo e percepiamo come una entità materiale, se meditiamo sulla verità dei fotogrammi, giungiamo a capire che non esiste come un ente a sé che nasce, cresce, vive, evolve e muore, ma è frazionato in una miriade di fotografie, di situazioni, che lo contemplano dalla nascita alla morte. Cioè il nostro corpo fisico è un veicolo che ci fa percepire delle sensazioni, che ci pone in contatto con il piano fisico, ma che non è identificabile con noi stessi. Rifacendoci ad una immagine cara agli orientali, questo corpo altro non è che un vestito e se io fuoriesco da questo corpo, le mie sensazioni cesseranno perché io interrompo il collegamento fra il centro di sentire che io sono e lo strumento che, con i suoi sensi, mi fa percepire le situazioni inerenti al piano fisico.

Lezione del 6.12.1973 - Dali
Situazioni che sono rappresentate nei fotogrammi del piano fisico, e che compongono la storia cosmica: la storia cosmica non ha una sua unicità, in qualche modo oggettiva, anche con l'o minuscolo, secondo come noi siamo abituati a considerarla con i nostri sensi fisici, ma esistono tante realtà tanti mondi individuali quanti sono gli individui: il mondo quale l'individuo lo percepisce, esiste in quel modo solo per lui (Kempis 7.3.74). Questi mondi individuali si intersecano e nei punti d'intersecazione vi sono gli elementi comuni, quegli elementi che danno l'illusione che esista un mondo fisico con una sua concretezza. Concretezza che in realtà - anche realtà con la erre maiuscola - non esiste per niente.

Lezione del 20.12.1973 - Dali
Noi siamo ancora attaccati alla convinzione che questa realtà fisica sia qualcosa di esistente oggettivamente che oggettivamente esista il tempo e lo spazio, che ciò che è comune nell'osservazione a più persone, sia oggettivo e che la soggettività nel piano fisico sia confinata solo in quelle piccole diversità che possono dipendere dai diversi punti di vista, ma che in sostanza la realtà fisica sia qualcosa di ben definito, di oggettivamente esistente.

Ma i nostri maestri vogliono condurci a vedere la realtà come qualcosa di diverso da quello che fino ad ora abbiamo supposto: a vedere la realtà da un diverso punto di vista. La comunicazione fra il mondo degli incarnati e il mondo dei disincarnati, per essere all'altezza del miracolo che rappresenta, deve dare qualcosa al mondo degli uomini, qualcosa che superi ogni insegnamento umano, che vada al di là di ciò che i buoni predicatori delle Chiese possono
dire, di ciò che gli ottimi filosofi del passato o del presente possono enunciare, di ciò che la scienza ha scoperto fin qui, anche se la realtà è una meta che ciascuno raggiunge da solo, individualmente.

(Kempis)
Dopo averci fatto riflettere sul fatto che non dobbiamo identificarsi con il nostro corpo fisico, il Maestro Kempis richiama la nostra attenzione sul corpo astrale, sul veicolo più sottile che ci comunica le emozioni, le sensazioni di paura, di sofferenza, di ansia, di calma, di piacere: anche il corpo astrale, come il piano astrale, è scomposto in fotogrammi, non esiste come un ente a sè e le emozioni o sensazioni sono avvertite dall'individuo quando si trova in quella situazione contingente per cui il veicolo detto corpo astrale, gliele rivela. Se noi riuscissimo a fare le meditazioni che i nostri Maestri ci suggeriscono, cioè "io non sono il mio corpo fisico, tanto che io potrei uscirne e rimanere sempre io; io non sono il mio corpo astrale, poiché io potrei esistere anche al di là delle sensazioni ci accorgeremmo che piano piano questo "io" si ritrae e diventa sempre meno importante. Senza le sensazioni e le emozioni che cosa rimane dell'individuo? Rimane ciò che lo pone al di sopra di tutto il creato, che lo nobilita, che lo fa uomo:rimane il "pensiero".

L'individuo è dunque identificabile con il pensiero?

Lezione del 10.1.1974 - Kempis
Secondo la verità dei fotogrammi, anche il piano mentale, dove ha sede il pensiero, ed il corpo mentale, che fa percepire le situazioni inerenti al piano mentale, sono costituiti da fotogrammi e l'individuo non è il pensiero, ma il "pensatore".

Allora, se togliamo il corpo fisico con le sue sensazioni, il corpo astrale con le sue emozioni, il corpo mentale con i suoi pensieri, che cosa rimane dell'individuo? Rimane il "sentire della sua coscienza" il sentire che fa parte della radice più profonda dell'individuo, il sentire che rimane anche nell'alternarsi dei cicli delle vite e delle morti: un "sentire" che non fa parte dei piani più grossolani di esistenza.

Ricordando la filosofia Yoga, Kempis ci fa notare il sistema dello Hata-Yoga che sposta la concezione dell'io ad un "io superiore". Dicendo "io non sono la bassezza del mio corpo fisico, nè l'infimo grado dei miei desideri, nè la miscela dei miei pensieri, ma il mio "io" risiede in piani ben più alti" noi non facciamo altro che sublimare il nostro "io", facciamo una meditazione auto-suggestione.

Tenendo invece presente che i nostri corpi (fisico, astrale e mentale), non esistono in realtà, ma che sono un insieme di fotogrammi del piano fisico astrale e mentale, possiamo capire meglio che l'io non è altro che una percezione illusoria.

Lezione del 24.1.1974 - Kempis
Ecco che esaminando insieme ai nostri Maestri la costituzione dei piani di esistenza, siamo giunti ora al piano akasico, che sappiamo essere diversamente costituito dal piano fisico, astrale e mentale. Infatti, mentre questi piani più densi sono composti da fotogrammi, il piano akasico è costituito da un insieme di teorie di sentire individuali che vanno da un "sentire" detto in "potenza" sino ad un "sentire" definito in "atto"

Così il veicolo akasico di ogni individuo è composto proprio da queste gamme di "sentire" che le nostre Guide hanno paragonato ad una collana di perle, in cui ogni perla è un "sentire" sempre più complesso che si rivela man mano che l'individuo procede nella sua evoluzione.

Ognuno di noi ha la sua collana di "sentire individuale", collana che fuoriesce da una sola incarnazione, che dura tutta
l'esistenza dell'individualità, per poi trasformarsi in "sentire Assoluto".

Ebbene, se tutte queste collane, per una raffigurazione mentale, le mettiamo assieme, vediamo che sono analoghe, non solo, ma se una unità di scorrere c'è - sia pure illusoria data la natura stessa del sentire individuale - questa illusione si svolge simultaneamente fra i vari "sentire": ogni unità di percezione, che viene colta una sola volta nell'eternità senza tempo, vibra analogamente con tutti i suoi simili.

Così il sentire individuale che corrisponde alla vita del selvaggio, si rivelerà, esisterà, verrà in luce in quell'attimo dell'eternità senza tempo per tutti gli individui contemporaneamente, sia che i corpi fisici di quegli individui con un sentire così semplice siano rappresentati nello spazio-tempo all'inizio del Cosmo, sia verso la fine.

Poi sarà il "sentire" più intenso successivo a quella fase di esistenza, per ognuno via via più complesso, più raffinato.
Dunque nemmeno nel piano akasico troviamo l'"io", ma troviamo unicamente dei "sentire" percepiti uno alla volta si da dare l'illusione di uno scorrere, di un prima e di un dopo, ma che in effetti sono li da sempre e per sempre.

Non esiste un ente percepente nel piano akasico, ma la natura limitata, chiusa di ogni "sentire" che si rivela fase per fase, crea questa successione che non ha durata di tempo.

Lezione del 7.2.1974 - Kempis
Con la spiegazione dei fotogrammi noi abbiamo compreso che il corpo fisico non esiste come noi lo vediamo e percepiamo, ma è raffigurato in una infinità di situazioni, di mutazioni, di rappresentazioni: questo insieme diventa "uno" per virtù del corpo mentale dell'individuo, il quale a sua volta non è una unità, ma è un insieme di fotogrammi. Il corpo mentale è ciò che crea l'illusione dell'io, ma questo insieme di fotogrammi fisici, astrali e mentali non potrebbero dare l'illusione di unità se non ci fosse un "centro di sensibilità, un centro di sentire".

Il "centro di sentire" è l'individuo nel suo insieme ed è così suddiviso: da una parte i corpi fisico, astrale e mentale:dall'altra il corpo akasico e gli altri veicoli spirituali. Nella parte che si affaccia sui fotogrammi del piano mentale, astrale e fisico esiste questo ente percepente che, immergendosi nelle situazioni rappresentate nei fotogrammi stessi, dà una forma di sentire all'individuo.

Ma se andiamo oltre questi piani più densi di esistenza troviamo il veicolo akasico che non è più un ente percepente, ma è un "sentire" in sè che partecipa della natura dell'Assoluto, che non ha bisogno di una situazione da percepire per rivelarsi. E' un aspetto, sia pure ancora umanizzato, dell'Assoluto nell'uomo: al di sopra aspetti sempre più raffinati e più aderenti alla reale natura dell'Assoluto: "la Scintilla Divina".

Ecco così ancora una volta sottolineato il fatto che nell'individuo esistono due tipi di "sentire"; il "sentire di sensazione" che è trasmesso al centro di sensibilità dai corpi fisici, astrali e mentali, ed il "sentire" della coscienza o del corpo akasico che è composto da tutta una gamma di "sentire" più intimi, più profondi, dal più semplice al più complesso. (Naturalmente la fase del "sentire" più complesso comprende in sé la fase del più semplice).

Le esperienze di vita vissuta con sensazioni e pensieri nei piani fisico, astrale e mentale conducono l'individuo alla manifestazione di un "sentire di coscienza" sempre più complesso: l'evoluzione della coscienza individuale è eguale per tutti gli individui, lo svolgimento delle collane del "sentire" di coscienza è uguale per tutti, non ha tempo di durata e non è paragonabile all'illusione del tempo, non ha varianti.

Ma se scendiamo alla percezione dei fotogrammi più densi delle nostre vite di uomini, l'evoluzione non è eguale per tutti e le varianti esistono: la metà può essere raggiunta o seguendo la vita naturale delle molteplici esperienze dirette, o seguendo le altre vie che vedono l'individuo impegnato con tutti i suoi veicoli inferiori a raggiungere la consapevolezza di se stesso.

Lezione 7.3.1974 - Kempìs
Anche se le perle dei "sentire individuali" esistono da sempre e per sempre nell'individuo, esse si rivelano, vibrano, si manifestano in quell'attimo in cui la percezione individuale del mondo dei fotogrammi si ripercuote tanto profondamente e sentitamente da costituire una esperienza e da raggiungere la coscienza. Sappiamo dalle lezioni degli anni precedenti che quando l'individuo ha interamente costituita la sua coscienza individuale, egli abbandona la ruota delle nascite e delle morti e la sua evoluzione si svolge ora nel piano akasico; il fluire del sentire avviene spontaneamente, senza necessità di percezioni nei piani più densi del Cosmo.

Tutte le perle del sentire individuali vibrano ora all'unisono (non solo simultaneamente, ma in comunione) raggiungendo prima un "sentire universale" e quindi "cosmico". In questa comunione si trovano non solo tutte le percezioni degli individui che fummo nelle varie incarnazioni; ma di tutti gli individui esistenti nel Cosmo. Significa vivere la totalità delle esperienze individuali ad un dato livello di sentire, poi a quello successivo ancora, non più attraverso alla percezione individuale, ma attraverso al sentire totale degli individui.

Questo è il "sentire" del piano akasico dove esiste ancora una successione, oltre è il "sentire" dell'individualità, cioè il percepire tutti insieme questi sentire individuali, senza successione.

Le "individualità" hanno un terminale oltre il Cosmo, cioè nella Scintilla Divina, che i nostri Maestri hanno definito "virtuale frazionamento dell'Assoluto". Virtuale, non reale, poiché non è concepibile che l'insieme dell'individualità, queste collane di "sentire individuali" percepiti tutti simultaneamente abbiano ciascuno un frammento di divinità. E' un frazionamento dell'Assoluto che non può essere che illusorio.

Visualizzando l'insieme delle individualità, possiamo dire che la Scintilla Divina è un sole i cui raggi sono appunto le individualità: così troviamo un punto di confluenza di tutti gli esseri esistenti in un Cosmo, un punto di esistenza che è il virtuale frazionamento dell'Assoluto, che è quindi l'Assoluto. Proprio come l'immagine delle anime gruppo: tanti corpi che fanno capo ad un individuo; tante collane di "sentire" che si imperniano tutte su di un punto unico; il virtuale
frazionamento dell'Assoluto.

Con quale coraggio possiamo allora guardarci senza comprensione l’un l’altro, come sentirci estranei quando ciascuno di noi non fa che rappresentare un'esperienza, una variante di quella infinita esistenza che si chiama l'Assoluto?